La Comunità
Connecting People e l'emergenza sbarchi- Inervista a Mauro Maurino

Connecting People e l'emergenza sbarchi- Inervista a Mauro Maurino
Chi è Connecting People e cosa fa?
Connecting People è stato costituito nella primavera del 2005 dai consorzi Solidalia (TP), Il Nodo (CT), Kairòs (TO) e Polis (PI), aderenti alla rete CGM – Welfare Italia per occuparsi di migranti e migrazioni attraverso la gestione di progetti di accoglienza e inclusione sociale e la realizzazione di iniziative formative e culturali.
Quando abbiamo fondato Connecting People eravamo in pochi a credere che i migranti potessero essere un soggetto emergente. Curioso come i tempi siano rapidi: oggi i migranti sono una delle “stampelle” della società. Percepire queste persone come soggetti forti, attori importanti nelle nostre comunità ha ribaltato il valore delle esperienze che si occupano di migrazione. Da residuali esse sono diventate centrali. Qualche anno fa questo fenomeno ancora non si percepiva chiaramente. Noi abbiamo avuto la fortuna e l’intelligenza di stare “in mezzo al fiume”.
Come commenti la situazione di questi giorni e come la state vivendo?
La congiuntura è particolare. Il sistema italiano predisposto per l’accoglienza e l’asilo è messo a dura prova dai numeri elevati. Finora si è fondato su una serie di centri sparsi nel Paese e su alcune commissioni territoriali deputate alla valutazione delle richieste d'asilo dei migranti. Questo stesso sistema è stato sperimentato con discreto successo durante l'emergenza del 2008 (35.000 sbarchi).
Attorno a questi centri nel periodo di emergenza sono stati attivati dei centri satellite tenendo in tal modo invariato il principio della dispersione sul territorio in strutture di dimensioni medie. L'idea alla base era quella di contrastare la sensazione di essere invasi, spesso fonte di fenomeni di intolleranza, con una maggiore possibilità di integrare le persone e mobilitando le varie aree d’Italia nel modo migliore rispetto alla questione accoglienza.
Un centro può essere motore di dinamiche territoriali in termini di lavoro e mobilitazione di reti. In questo senso il governo va in controtendenza: l’idea di portare migliaia di persone a Mineo in Sicilia va a costruire un sistema di accoglienza altro rispetto a quello che c’è. Far sorgere un grande centro in un territorio che non ha le risorse rischia di attivare dinamiche di difesa invece che dinamiche di accoglienza.
Come sta lavorando Connecting People?
Sono due le principali direzioni di lavoro. In primo luogo stiamo tentando di costruire in alcuni territori delle opportunità di accoglienza: al momento abbiamo la possibilità di ospitare 800 persone (al di fuori dei centri). Ospitare non significa dare solo cibo, ma anche orientare al lavoro e fare corsi di lingua italiana. Ad esempio, stiamo ipotizzando di utilizzare nei territori individuati le diverse sedi consortili per fare lezioni, scuola di italiano, orientamento per la ricerca di un’occupazione e contestualmente consentire alle persone di vivere pezzi di città. Utilizziamo le strutture e favoriamo dinamiche di integrazione. Connecting People organizza dunque l’accoglienza e usa la rete dei consorzi per realizzarla.
Connecting People si è dato da poco disponibile a gestire le tendopoli, innanzitutto perché rappresentano un miglioramento rispetto alla situazione dell'accoglienza a Lampedusa. Inoltre, al di là delle dichiarazioni formali, non è ancora chiaro quali saranno le decisioni politiche rispetto ai migranti giunti adesso dal Maghreb. Le tendopoli rappresentano un luogo di snodo non solo fisico, ma anche politico rispetto a delle scelte definitive alle quali speriamo di poter contribuire.
L’altro fronte di lavoro di Connecting People, infatti, è riflettere e discutere. In Italia stiamo attraversando una fase complicata e confusa, in cui non c’è un dibattito vero nelle forze politiche, o non emerge. Si discute la cronaca in chiave elettoralistica ma non si parla e non si ragiona su come il sistema debba cambiare. Questo vuoto di proposta politica consente l’affermarsi di slogan di gruppi che dalla questione migranti traggono possibilità di strumentalizzazione. Diventa quindi particolarmente importante continuare a discutere tra noi e valutare ciò che sta accadendo con lucidità.
Cosa si può fare allora?
Innanzitutto si può contribuire a rappresentare una situazione ai migranti che sia più vicina alla realtà. Bisogna poi prendere atto del fatto che non è vero che i migranti siano necessariamente in fuga. C’è una quota di diaspora e una di migrazione economica. Non possono essere trattate in modo uguale culturalmente. Oggi l’unica strada lasciata alla migrazione economica è quella di fingersi diaspora ed è un danno per chi della diaspora è realmente figlio. E’ necessario ragionare per offrire alternative alla clandestinità e all’irregolarità in modo da evitare sanatorie che puntualmente si affermano nell'agenda politica. Ogni sanatoria è attrattiva per l'irregolarità.
Va cambiato uno degli assiomi delle politiche migratorie in Italia: oggi il migrante economico entra solo su chiamata o in modo clandestino. Va invece previsto un permesso per la ricerca del lavoro: questo consentirebbe alle famiglie italiane di “scegliersi” la badante nel mercato del lavoro regolare e non ospitare in casa propria un migrante clandestino e consentirebbe alle imprese che non lavorano nel sommerso di avere più facilità nel reperimento della necessaria manodopera.
Cosa possiamo fare noi della rete?
Verificare nel territorio se ci siano strutture adatte all’accoglienza, e magari entrare in contatto con Connecting People per sviluppare un progetto insieme. Spesso progetti di questo tipo implicano la gestione di rapporti con ministeri e prefetture e quindi una sorta di “specializzazione”. Non è dunque come gestire progetti con enti religiosi o strutture comunali regionali. In questo senso, Connecting People può essere di aiuto, in quanto gli si può delegare la dimensione di tali rapporti. Nel corso del tempo Connecting People ha acquisito un prestigio a livello nazionale, adatto a promuovere questo tipo di proposte.
In questo contesto la nostra rivista “Storie di questo mondo” è sintomo di una velleità. Il nostro compito è tanto quello di gestire i centri quanto quello di riflettere sulle tematiche correlate all’immigrazione e renderle il più possibile comprensibili, narrando le esperienze di chi accoglie e di chi approda. La spinta a raccontare Connecting People ce l’ha nel codice genetico.
Link al sito
http://www.connecting-people.it/
Link a storie
http://www.connecting-people.it/?page_id=366






